Non solo femminicidio
al Teatro Morelli di Cosenza

A proposito di “Polvere. Dialogo tra uomo e donna” di Saverio La Ruina

di Giorgio Franco



Il lavoro di Saverio La Ruina e Jo Lattari, Polvere, ha scatenato l’abituale riferimento alla realtà dei nostri giorni, immiserendone l’assunto in una dimensione che ne sacrifica ambizioni e modalità formali. Non so quanto possa soddisfare un autore sapere che la sua opera si collega alla contemporaneità e ne strozza le ali proiettate in quel volo dialettico, non solo letterario, che fa dell’oggi un trampolino per l’eternità, sfidandone sensi riposti e eventuali navigazioni carsiche. 






Di qui abbiamo l’esigenza per rispetto dell’opera, di scoprire le eredità acquisite, non importa se consapevolmente, con il non peregrino intento di nobilitare le performance, men che mai per accusare chi si collega ad una tradizione come trascrittore/traditore di un’esemplarità illustre. Oramai sappiamo che non è più tempo, come usa in alcuni stereotipi universitaresi di seconda fila, di rivendicare originalità e autenticità nel saggiare il cosiddetto valore di un’opera. I maestri veri del pensiero ci hanno insegnato che la valutazione transita nello stretto cuneo che divide lo scarto tra il modello e la sua “trasgressione”.
Munito di un simile armamentario pregiudiziale ho assistito a “Polvere”, forse anche con il sano sospetto che le innumerevoli tirate per la giacca con cui Saverio La Ruina è stato assediato in questi dieci e più anni non sono riusciti a scalfirne la coerenza progettuale. Che è connaturata all’artista quando compone. “Dissonorata” non era solo la donna del sud sedotta e abbandonata, “La borto” non costituiva la denuncia semplicistica di tecniche pseudo sanitarie praticate da mammane paesane in un ambiente degradato, ma era, e lo è sempre per gli artisti, un elaborato testuale che partendo da fatti e vicende di cronaca, si liberava in una dimensione che la trascendevano, nobilitandola e consegnandola a quell’universo del sapere e del sentire che ne fa travalicare i confini spazio temporali. 


Chi osa negare che dietro il raccontare di La Ruina ci sia Boccaccio e Basile? Intravedemmo fin dal debutto nelle opere in questione echi della drammaturgia di Testori e Pasolini, non dimenticando che cantastorie famosi dall’alto medio evo ai nostri giorni non sfigurano nel Pantheon di La Ruina. E non solo in riferimento alla tematica.
Ma per rimanere a “Polvere”, perché non vedere dietro il dialogo serrato e coinvolgente della pièce attuale il confronto che del Novecento ha costituito un largo sentiero di investigazione formale e produzione teatrale. Sarebbe forse fuori luogo in questa sede tirare in ballo la grande stagione del Dialogo come forma di scrittura del Rinascimento italiano, ma non suoni a censura il riferimento alla fioritura della scrittura dialogica all’interno dei gruppi interni di famiglia che annoverano illustri esponenti del gruppo 47, penso anche agli austriaci, Elfriede Jelinek e Peter Handke. Forse perché nei territori dell’Europa continentale i legami conflittuali tra i gruppi familiari sono maggiormente esposti, penso agli scandinavi, ma anche ai tedeschi. Credo comunque che la problematica dei rapporti all’interno delle mura domestiche non sia esclusiva di paesi summenzionati, ma navigli lungo l’intero secolo XIX lungo le rotte dell’intero mondo occidentale. Potremmo escludere dall’elenco Pinter e Arrabal, Ionesco e Pau Mirò? Sarei blasfemo se inserissi in simile carrellata Eduardo e Patroni Griffi, Brancati e Visconti? Saverio La Ruina si inserisce in tale filone e ne eredita atmosfere e idealità, trasferendovi nel contempo ritmi e pulsioni che lo rendono autonomo e irripetibile.
Polvere è il pulviscolo impalpabile ed evanescente che insudicia i rapporti tra le persone ed è connaturato a tutti rapporti tra soggetti costretti a vivere all’interno delle convenzioni sociali, in primis la famiglia, luogo e deposito di ipocrisie e ricatti che la drammaturgia novecentesca ha scandagliato e denunciato. I due soggetti vivono la loro conflittualità secondo modalità che apparentemente si configurano nella logica servo/padrone, ma come oramai sappiamo da Hegel in poi il rapporto non è unidirezionale e privo di una dialettica interna: il desiderio sessuale che si concretizza dopo una mitragliata di accuse, improperi ed offese, rivela una fragilità del partner despota e un desiderio di trasgressione che si alimenta mano a mano che le contestazioni e lo scavo psicologico si fanno martellanti e  ossessivi. In tale logica amore e passione si coniugano con disprezzo e desiderio di trasgressione, per cui l’intero impianto psico-ideologico che favorirebbe il superamento delle crisi nei rapporti tra le persone diventa, ahimè, una chimera cui gli psicanalisti americani degli anni cinquanta si erano aggrappati. Noi oggi siamo consapevoli che il dialogo tra terapeuta e paziente, anche se tale terminologia non va usata per i partner di Polvere, sfocia inevitabilmente in un duello in cui le parti si sconvolgono e si ridefiniscono ininterrottamente. “Polvere” denuncia la modalità perversa del maschio occidentale che nel rapporto di coppia prevarica e brutalizza, ma non credo che l’indagine si possa arrestare al ménage maschio/femmina, anche se per ora la lettura obbligatoriamente, e me ne rallegro, si collega al “femminicidio”. L’opera di La Ruina reclama ulteriori letture. E noi glielo auguriamo.    


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